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Corsi e ricorsi della mela nella letteratura italiana

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«Chi crederebbe che l'odor d'un pomo sì governasse [...] ?»

Ascoltando l’ormai classica esortazione di Gianfranco Contini alle concordanze, ricalcata ironicamente dal grande filologo su quella foscoliana alle storie, la ricerca dell’occorrenza della mela o dei suoi prossimi affini, nel più aperto e, se è lecito, voluttuosamente arbitrario corpus di testi della letteratura italiana dalle origini ai giorni nostri, consente di ricavare alcuni gustosissimi frutti o anzi, come il lettore potrà accertare di persona, dei molto dolci pomi.
Chiarita innanzitutto la forma del lessema da ricercare, e cioè pomo in luogo di mela, almeno fino alle soglie del secolo XX, con la mistica ed eccellente eccezione dantesca, si noterà che, alle due, più normali accezioni legate, da una parte, alla tradizione biblica, al pomo rubato nel paradiso terrestre (come in Dante od Ariosto), e, dall’altra, a quella classica, del pomo della discordia offerto da Paride alla più bella (come nel Marino), si sommano una moltitudine di significati teologici-simbologici (Dante), allegorici (poesia siculo-toscana), metaforici, tanto nel senso positivo della dolcezza quanto in quello negativo dell’amaritudine e del marcio nascosto (Boiardo, Tasso), per giungere alle vette della filosofica similitudine leopardiana, passando attraverso il puntiglio botanico di un Pascoli (mele lazzeruole), un quadretto infantile di Gozzano, il sensualismo del Pomo dannunziano (con il suo spinto «remake» per mano di Lucini), fino agli esiti post-moderni Zanzotto o di Calvino e Meneghello, entrambi improntati ad un recupero etno-antropologico del racconto popolare e senza dimenticare, infine, in una dimensione più quotidiana e concreta, ma non per questo meno suggestiva, le occorrenze di mela reperibili in autori quali Saba o Alda Merini.
Significativi, tuttavia, anche i “grandi assenti”: il pomo non ricorre neppure una volta nel Canzoniere petrarchesco mentre comparirà soltanto, come vedremo, e quasi casualmente, in coda ad uno dei Trionfi; allo stesso modo il lessema è registrato una sola volta nel Decameron di Boccaccio e comunque entro una breve elencazione di frutti e di beni, senza accezioni squisitamente letterarie; passando dalle tre corone del trecento a quelle del primo e poi del tardo ottocento, mancano all’appello anche Foscolo, il Manzoni e, rispettivamente, Carducci che, malgrado con il suo Pianto Antico e il verde melograno dai bei vermigli fior abbia sottratto più di uno spazio alla memoria di intere generazioni di studenti, non sembra mai essersi però dedicato alla più comune e forse, per lui, troppo prosaica mela.




Jacopone da Todi

(Todi, tra il 1230 e il 1236 - Collazzone 1306)
Omo, mittete a pensare
[...]
Aguarda a l’àrbore, o omo,
quanto fa süave pomo
odorifero, e como
è saporoso nel gustare.

De la vite, che ne nasce?
L’uva bella ch’omo pasce:
poco maturar la lasce,
nàscene ’l vino per potare.

Jacopone, entra come frate laico nell`ordine degli spirituali francescani; scomunicato, poi processato e imprigionato per volere di Bonifacio VIII viene infine liberato durante il pontificato di Benedetto XIII, morirà poco dopo. Nelle 93 Laudi attribuitegli, quasi tutte ballate in schema metrico vario di ispirazione religiosa, il poeta tudertino si scaglia violentemente contro le tentazioni eretiche, la diffusa corruzione ecclesiastica, i vizi mondani, identificando la via della santità con la scelta del rigore ascetico.
Il testo, Omo, mettete a pensare, si concentra su un tema molto ricorrente nella letteratura medioevale: quello della condizione umana, considerata nella sua miseria rispetto alla grandezza di Dio. Nella lirica, il poeta invita l’uomo a porre l’accento sugli aspetti più sgradevoli della propria natura, della propria presenza corporea, condizione che lo situa anche più in basso della natura stessa, in quanto essa è capace di produrre dei frutti. L’uomo è dunque la creatura più debole e desolante. La mela e la vite costituiscono quindi due dei più significativi esempi che il poeta formula per dimostrare il potente e virtuoso esempio della Natura che l’uomo, nella sua misera inferiorità, deve ammirare.




Buonagiunta Orbicciani

(Lucca, circa 1220 – Lucca, circa 1290)

De dentro da la nieve esce lo foco
adimorando ne la sua gialura
e vincela lo sole a poco a poco:
divien cristallo l'aigua tant'è dura;

e quella fiamma si parte da loco
e ’ncontra de la sua prima natura;
e voi madonna lo tenete a gioco:
com' più vi prego più mi state dura.

Ma questo aggio veduto: per istando
l'acerbo pomo in dolce ritornare;
ma vostro core già non s'inamora.

La dolce cera vede pur clamando
li augelli vi convitano d'amare:
amar conven la dolce criatura
Sulla consistenza del corpus scrive il filologo romanzo e moderno curatore dell’edizione delle Rime di Bonagiunta, Aldo Menichetti: «Quel che rimane delle rime di Bonagiunta ci è trasmesso dai tre testimoni maggiori e più autorevoli della poesia lirica siciliana e siculo-toscana [...]; la presenza in essi di alcune sue rime è più che altro una prova dell'interesse che seguitarono a suscitare presso i cultori di poesia antica».
tIl corpus, secondo Menichetti, consta di undici canzoni, due discordi, cinque ballate, venti sonetti di cui gli ultimi cinque in tenzone.




Guittone d’Arezzo

(Arezzo 1235 – Bologna 1294)

A te, Montuccio, ed agli altri, il cui nomo
non già volontier molto agio ’n obrio,
a cui intendo che savoro ha ’l mi pomo,
che mena il piccioletto arboscel mio,

non diragio ora già quanto e como,
disioso, di voi agio desio;
ma dico tanto ben, che nel meo domo
con voi sovente gioi prendo e ricrio.

E poi de’ pomi miei prender vi piace,
per Dio, da’ venenosi or vi guardate,
li quali eo ritrattai come mortali;

ma quelli, che triaca io so verace,
contra essi e contr’ogne veleno usate,
a ciò che ’n vita siate eternali.




Bonvesin da la Riva

(Milano, 1240 circa – 1315 circa)

De Sathana cum virgine

« [...] A ti no era bastao
ke tu peccass in ce,

Ke tu per grand invidia voliss offend a De,
Anz atantass po anche
Adam e la muié,
E i fiss mangiar del pomo
ke gh'era veao da De.

Per quel premer peccao
la mort intrò îl mondo,
Perzò la zent humana
tug zevan im profondo,
Dond Crist per quel peccao
portò gravismo pondo,
Ço fo la mort durissima
per liberar lo mondo.»


Bonvesin fu il grande volgarizzatore duecentesco in lingua milanese dei testi della tradizione classica e biblica; i "volgari" di Bonvesin, le sue composizioni originali, erano destinati per lo più alla recitazione ed al canto e in tale prospettiva sono da intendersi anche i versi riportati.
L’autore si rivolge a Satana accusandolo di aver offeso De (Dio) in Ce (Cielo), di aver poi tentato Adamo e la muiè (la moglie, la donna: il sostantivo è tipicamente milanese e tale ancor oggi) inducendoli a mangiare il pomo veao de De (vietato, proibito da Dio), scaraventando il genere umano im profondo.




Dante Alighieri

(Firenze, 1265 - Ravenna 1321)

Purgatorio, Canti XXIII e XXIV

Nei versi, tratti dalla seconda cantica della Commedia, Dante e Virgilio si trovano all’altezza della sesta cornice del monte del Purgatorio, dove i golosi sono purificati per contrappasso soffrendo la fame e la sete. Non si tratta propriamente dell’espiazione di una colpa, in quanto le anime che salgono il monte sono già destinate alla salvezza e quello che intraprendono non è altro che un percorso di purificazione che le renderà degne di contemplare Dio.
La scena dell’estratto è quella immediatamente precedente l’incontro con Forese Donati, amico in vita di Dante e figura-chiave dei canti XXIII e XXIV. Qui il Poeta, appena giunto nella sesta cornice, non può restare indifferente all’aspetto, deforme per l’inedia, che connota le anime, la cui disperazione è accentuata dallo spandersi dell’invitante odore dei frutti degli alberi.

Commedia

Purgatorio, XXIII, v.34

[...]
chi nel viso de li uomini legge "omo"
ben avria quivi conosciuta l'emme.
Chi crederebbe che l'odor d'un pomo
sì governasse, generando brama,
e quel d'un'acqua, non sappiendo como?

Purgatorio, XXIII, v 68

[...]
in fame e 'n sete qui si rifà santa.
Di bere e di mangiar n'accende cura
l'odor ch'esce del pomo e de lo sprazzo
che si distende su per sua verdura.
E non pur una volta, questo spazzo


Purgatorio, XXXII, vv 73 ss

[...]
Quali a veder de’ fioretti del melo
che del suo pome li angeli fa ghiotti
e perpetue nozze fa nel cielo,

Pietro e Giovanni e Iacopo condotti
e vinti, ritornaro a la parola
da la qual furon maggior sonni rotti,

e videro scemata loro scuola
così di Moisè come d’Elia,
e al maestro suo cangiata stola;

tal torna’ io, e vidi quella pia
sovra me starsi che conducitrice
fu de’ miei passi lungo ‘l fiume pria.

E tutto in dubbio dissi: «Ov’è Beatrice?»

Il senso di questi dodici versi è: quali Pietro, Giovanni e Iacopo, condotti da Gesù sul monte Tabor, lo videro divinamente trasfigurarsi e accanto a lui Mosé ed Elia che gli parlavano, e a tale spettacolo, reso più impressionante da una voce celeste che in quella echeggiò, esaltante il Figliuolo di Dio, i tre discepoli caddero a terra come sopraffatti e vinti e così rimasero finché Gesù, accostatosi loro, non li esortò ad alzarsi e a non temere ed essi si rizzarono e on videro più se non Gesù che aveva cambiato aspetto, cioè era tornato quale sempre appariva; così Dante, sulla vetta del sacro monte, vinto dal canto sovraumano, cade addormentato e solo per uno splendore nuovo (v. 71) e per le parole esortatrici di Matelda (v. 72) si risveglia e non vede più presso di sé altri che Matelda.
La similitudine è stata non a torto giudicata «lunga oltre il solito e delle meno limpide», effetto di certe espressioni metaforiche e di perifrasi che non paiono del tutto opportune e necessarie.
Il melo è Cristo (così chiamato per reminiscenza del Cantico dei Cantici, II, 3 Sicut malus inter ligna silvarum, sic dilectus meus inter filios), che nel suo pomo (pome è arcaico), cioè della pienezza e sua gloria su in cielo fa perpetuamente bramosi e quindi contemplatori, gli stessi angeli, e di questo pomo essi e quanti sono beati lassù ciba lietamente come in perpetua festa nuziale (perpetue nozze fa nel cielo).
Di questo pomo videro i fioretti, cioè ebbero un primo saggio di quel ch’è Cristo nell’Empireo, i tre Apostoli sul monte Tabor. La parola poi di Cristo è designata come quella da cui furon maggior sonni rotti, con allusione alle virtù riscosse per allusione di tale parola dal sonno della morte, cioè fatte risuscitare. Con stola si dice non tanto la veste, che realmente si cangiò a Cristo nella resurrezione ma non si cangiò sola, quanto tutta la apparente figura di lui.
Matelda infine è indicata come colei che prima condusse i passi del poeta lungo il fiume Lete; e scola del v. 79 vale come in Inferno IV, 94, compagnia. (Giuseppe Vandelli in: Divina Commedia, Milano, Hoepli, 1943, pp. 588-89 n.)


Purgatorio, XXIV, v.104

[...]
come la mente a le parole sue,
parvermi i rami gravidi e vivaci
d'un altro pomo, e non molto lontani
per esser pur allora vòlto in laci.
Vidi gente sott'esso alzar le mani


Paradiso, XXVI, v.91

[...]
stupendo, e poi mi rifece sicuro
un disio di parlare ond'io ardeva.
E cominciai: «O pomo che maturo
solo prodotto fosti, o padre antico
a cui ciascuna sposa è figlia e nuro




Guittone d’Arezzo

(Arezzo 1235 – Bologna 1294)

A te, Montuccio, ed agli altri, il cui nomo
non già volontier molto agio ’n obrio,
a cui intendo che savoro ha ’l mi pomo,
che mena il piccioletto arboscel mio,

non diragio ora già quanto e como,
disioso, di voi agio desio;
ma dico tanto ben, che nel meo domo
con voi sovente gioi prendo e ricrio.
E poi de’ pomi miei prender vi piace,
per Dio, da’ venenosi or vi guardate,
li quali eo ritrattai come mortali;

ma quelli, che triaca io so verace,
contra essi e contr’ogne veleno usate,
a ciò che ’n vita siate eternali.




Francesco Petrarca

(Arezzo, 1304 – Arquà Petrarca 1374)
Triumphus cupidinis, II, 184
[...]
e mille che Castalia et Aganippe udir cantar
per la sua verde riva;
e d'un pomo beffata al fin Cidippe

Già si è accennato alla sostanziale estraneità nei confronti della rielaborazione metaforica, semantica e, generalmente, letteraria del pomo da parte di Petrarca.
A tal proposito non sembra aver perso la sua incisività il commento svolto dal grande Ludovico Antonio Muratori quasi trecento anni fa che si riporta dunque per intero: «Oh, questa si è ficcata là per la rima!
Dopo aver preso, a così dire, congedo dai lettori, che viene egli fuori il Poeta con questa Cidippe? Dell’inganno ad essa fatto da Aconzio nelle feste di Diana, e come l’astringesse a pronunziare un giuramento di cui incise la formula in un pomo che lasciò a caso cadere sulla soglia del tempio, non è scolaretto che non ne abbia notizia. Facciam dunque punto.»




Matteo Maria Boiardo

(Scandiano 1441 – Reggio Emilia 1494)
L’inamoramento de Orlando, I, 22
Alora il suo parlar vidi esser vano,
Con quel piacer che ancor nel cor mi serbo.
Noi cominciammo il gioco a mano a mano;
Ordauro era frezzoso e di gran nerbo,
Sì che al principio pur mi parve strano,
Come io avessi morduto un pomo acerbo;
Ma nella fin tal dolce ebbi a sentire,
Ch'io me disfeci e credetti morire.

Boiardo presenta qui il pomo come metafora dell’amore verginale, come frutto appunto che da acerbo, ostile, forse doloroso, si fa dolce e bello.
La figura sembra rovesciata in Marino (cfr ivi) in cui l’amore, non quello acerbo appunto e verginale, ma l’amore inteso nella sua accezione generale è dolce e incantavole all’inizio per poi farsi gravoso e difficile.




Ludovico Ariosto

(Reggio Emilia 1474 – Ferrara 1533)

Orlando Furioso, XXVII, 120

Perché fatto non ha l’alma Natura,
che senza te potesse nascer l’uomo,
come s’inesta per umana cura
l’un sopra l’altro il pero, il sorbo e ’l pomo?
Ma quella non può far sempre a misura:
anzi, s’io vo’ guardar come io la nomo,
veggo che non può far cosa perfetta,
poi che Natura femina vien detta.

XLIII, 8

Che come Adam, poi che gustò del pomo
che Dio con propria bocca gl’interdisse,
da la letizia al pianto fece un tomo,
onde in miseria poi sempre s’afflisse;
così, se de la moglie sua vuol l’uomo
tutto saper quanto ella fece e disse,
cade de l’allegrezze in pianti e in guai,
onde non può più rilevarsi mai.

Queste due ottave sono le uniche ad ospitare occorrenze di pomo intutto l’Orlando furioso; la prima si inserisce, costituendone parte culminante, entro la sequenza retoricamente dialogica del Saracin dolente che si rivolge con rabbiosa veemenza contro la donna, in uno dei passaggi certamente più densi di misoginia di tutto il poema.
In tale contesto, dunque, il pomo non è altro che uno dei frutti, accanto al pero e al sorbo (che dà le sorbole) citato ad esempio della riproduzione dei vegetali, degli alberi che danno i loro frutti senza bisogno di un grembo femminile.
E’ comunque degno di nota il fatto che pomo rimi con uomo e in tale combinazione sarà presentato anche nella seconda ottava interessata. In questo passaggio Ariosto si ricollega al tradizionale topos veterotestamentario del peccato con la conseguente decadenza dell’uomo, onde in miseria poi sempre s’afflisse.
Il richiamo all’episodio biblico costiuisce però in questa sede il primo membro di una similitudine la cui conclusione è sempre svolta nel segno di un forte sentimento antifemminile che prende qui i toni, così come del resto nel passo precedente, di una dichiarazione di stato di cose generale.




Torquato Tasso

(Sorrento 1544 – Roma 1595) Gerusalemme Liberata XVI, 11 Nel tronco istesso, e tra l’istessa foglia Sovra il nascente fico invecchia il fico. Pendono a un ramo, un con dorata spoglia, L’altro con verde, il novo e il pomo antico. Lussureggiante serpe alto, e germoglia La torta vite, ov’è più l’orto apríco: Quì l’uva ha in fiori acerba, e quì d’or l’have E di pirópo, e già di nettar grave. In questa ottava Tasso rimodula l’immagine omerica contenuta in Odissea, VII, 120-121: “pera su pera appassisce, mela su mela/ e presso il grappolo il grappolo e il fico sul fico.” Ai vv 3-4 procede con la dicotomia fra mela giovane e mela vecchia, sempre nel segno della similitudine omerica. Tutta l’ottava è quindi improntata all’avvicendarsi del tempo nel più ampio quadro delle trasformazioni che interessano la prima parte del canto. Non si tratta tuttavia di una situazione naturale ma di una sorta di paradiso artificiale nel quale le regole della natura sono sovvertite per effetto degli incantesimi; il tempo è come magicamente sospeso in un’eterna primavera, con i fiori che sbocciano tra i fiori, creando così una sorta di paradossale e ingannevole inno alla bellezza. Rime 95 Amor, se dentro a' rami Volavi, come augello, Piagar dovevi di mortai ferita; Or perch' io me 'n richiami, Sol dispietato e fello Ti mostri a me, e' ho si dogliosa vita. Qual pianta è si gradita, In cui vi colga i frutti? Se d' odioso germe Son le speranze inferme E la mia fede e i miei sospiri e i lutti, Qual si lontana terra, Che '1 mar divide o serra? Canzone, io sono il tronco e le mie fronde Son mille miei desiri, E i pomi aspri martiri. E’ il Tasso stesso a fornire la spiegazione nel testo poetico della metafora che viene così a porsi come una sorta di auto-commento metatestuale. I pomi sono dunque i frutti dolorosi delle pene amorose, dei sospiri di petrarchesca ascendenza per le passioni negate, per le privazioni indotte. 650 Sopra la bellezza Questa, che tanto il cieco volgo apprezza, Sol piacer de le donne e sola cura, Caduca e fragilissima bellezza Un vil impedimento è di natura. Misero amante, cui folle vaghezza Dà in preda ad un’angelica figura. Misero, ch’assai meglio entro a le porte De l’ inferno placar potria la morte! Come in bel prato tra’ fioretti e l’erba Giace sovente angue maligno ascoso; Come in bel vaso d’òr vivanda acerba Si cela od empio succo e velenoso; Come in bel pomo spesso anco si serba Putrido verme ond’ egli è infetto e roso; Cosi voglie e pensier malvagi ed opre Sotto vel di bellezza altri ricopre. […] Si come o noce acerba o pomo amaro Meglio ch’ altro maturo o dolce frutto Condir si puote, ed è bramato e caro Quando queir altro è già guasto e distrutto; Cosi ne le dolcezze del suo chiaro Nettare Amor meglio condisce il brutto Ch’acerbetto è per sé, che non fa il bello D' ogni esterno dolcior schivo e rubello. Nel testo, molto ricco di rimandi al pomo e alle sue diverse possibili immagini metaforiche e filosofiche, emerge il tema, a tratti già barocco, del frutto bello in apparenza che cela però al suo interno il marcio, il verme: Come in bel pomo spesso anco si serba / Putrido verme ond’ egli è infetto e roso; / Cosi voglie e pensier malvagi ed opre / Sotto vel di bellezza altri ricopre. Non sembra illogico del resto il richiamo al Virgilio bucolico del latet anguis in herba e, più in generale, al contrasto di matrice controriformista fra apparenza e realtà, tra ciò che è bello e dilettevole ma ingannevole e peccaminoso e ciò che è duro e scarno ma giusto e virtuoso, senza dimenticare naturalmente anche la prima radice adamitica del pomo e della sua eziologia del male.




Giovan Battista Marino

(Napoli 1569 – ivi 1625)
Adone, II, Argomento
IL PALAGIO D’AMORE.
Le ricchezze della casa d’Amore e le sculture della porta di essa, contenenti l’azzioni di Cerere e di Bacco, ci danno a conoscere le delizie della sensualità, e quanto l’uno e l’altra concorrano al nutrimento della lascivia.
Le cinque torri comprese nel detto palazzo son poste per essempio de’ cinque sentimenti umani, che son ministri delle dolcezze amorose; e la torre principale, ch’è più elevata dell’altre quattro, dinota in particolare il senso del tatto, in cui consiste l’estremo e l’eccesso di simili dilettazioni.
La soavità del pomo gustato da Adone ci insegna che per lo più sogliono sempre i frutti d’amore essere nel principio dolci e piacevoli.
Il giudicio di Paride è simbolo della vita dell’uomo, a cui si rappresentano innanzi tre dee, cioè l’attiva, la contemplativa e la voluttaria; la prima sotto nome di Giunone, la seconda di Minerva la terza di Venere.
Questo giudicio si commette all’uomo, a cui è dato libero l’arbitrio della elezzione, perché determini qual di esse più gli piaccia di seguitare. Ed egli per ordinario più volentieri si piega alla libidine e al piacere che al guadagno o alla virtù.
4

Per l’arringo mortal, nova Atalanta,
l’anima peregrina e semplicetta
corre veloce, e con spedita pianta
del gran viaggio al termine s’affretta.
Ma spesso il corso suo stornar si vanta
il senso adulator, ch’a sé l’alletta
con l’oggetto piacevole e giocondo
di questo pomo d’or, che nome ha mondo.

169
Sarà questo tuo pomo empio e nefando
seminario di guerre e di ruine.
Che farai, che dirai, misero, quando
cotante ti vedrai stragi vicine?
Pentito alfin piangendo e sospirando
t’accorgerai con tardo senno alfine
quant’erra quei che, dietro a scorte infide,
la ragion repulsando al senso arride.




Giacomo Leopardi

(Recanati 1798 – Napoli 1837)

Canti
La ginestra o il fiore del deserto
Come d'arbor cadendo un picciol pomo,
Cui là nel tardo autunno
Maturità senz'altra forza atterra,
D'un popol di formiche i dolci alberghi,
Cavati in molle gleba
Con gran lavoro, e l'opre
E le ricchezze che adunate a prova
Con lungo affaticar l'assidua gente
Avea provvidamente al tempo estivo,
Schiaccia, diserta e copre
In un punto; così d'alto piombando,
Dall'utero tonante
Scagliata al ciel, profondo
Di ceneri e di pomici e di sassi
Notte e ruina, infusa
Di bollenti ruscelli,
O pel montano fianco
Furiosa tra l'erba
Di liquefatti massi
E di metalli e d'infocata arena
Scendendo immensa piena,
Le cittadi che il mar là su l'estremo
Lido aspergea, confuse
E infranse e ricoperse
In pochi istanti: onde su quelle or pasce
La capra, e città nove
Sorgon dall'altra banda, a cui sgabello
Son le sepolte, e le prostrate mura
L'arduo monte al suo piè quasi calpesta.
Non ha natura al seme
Dell'uom più stima o cura
Che alla formica: e se più rara in quello
Che nell'altra è la strage,
Non avvien ciò d'altronde
Fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde.

“La ginestra” è preceduta da un'ironica citazione evangelica : “E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce” (Giovanni, III, 19) che rinforza il pessimismo del componimento.
L'opera è infatti conclusiva del pensiero filosofico di Leopardi e ne costituisce una sorta di testamento poetico.
Il messaggio è chiaro: il destino dell'uomo è assimilabile a quello della ginestra che, pur opponendosi alla lava vesuviana, nulla può contro l'impetuosa potenza della Natura.
Questa forza naturale è avvertita in tutta la poesia, ma in particolar modo nella similitudine della mela che occupa l'intera quarta strofa.
Come la mela matura, cadendo, travolge il formicaio, così l'eruzione del Vesuvio ha travolto le città e gli uomini. Nel pessimismo leopardiano c'è però spazio per la speranza; la ginestra che rifiorisce diventa un modello ideale di comportamento per l'umanità: l'uomo non deve essere arrogante, ma con dignità chinare il capo di fronte all'oppressione naturale e affrontare la sua misera e dolorosa condizione con il sostegno degli altri uomini.




Giovanni Pascoli

(San Mauro Pascoli 1855 – Bologna 1912)
I canti di Castelvecchio
Il nido di Farlotti
Tra gli autunnali giorni ricorre
al mio pensiero sempre quel giorno,
che dal palazzo, dalla gran Torre,
facemmo un tanto mesto ritorno:
ritorno tanto mesto, sebbene
fosse alla bianca nostra casina
che aveva ai piedi tante verbene
e su pei muri tanta cedrina;
dov'era, dietro siepi riquadre
di biancospino, dietro un cancello
verde, ciò ch'era della mia madre,
nostro, ma poco; poco, ma bello.
Io non credeva, fuori che in sogno,
fossero altrove gigli e giaggioli,
e il dolce odore del catalogno
e gli agri pomi de' lazzeruoli:
e ch'altro al mondo fosse che il troppo,
dopo le canne fitte dell'orto
e la mimosa, ch’è morta, e il pioppo,
ch'è morto, e l'alto cedro, ch'è morto.
Oh! sì, com'era mesto il ritorno,
e sì, la sera com'era mesta,
ben ch'in San Mauro fosse, quel giorno,
un'argentina romba di festa!
Ma morto il babbo da più d'un mese,
non c'era posto per i suoi nati
più, nella Torre, sì che al paese
ritornavamo come scacciati.
Colpisce quasi che nel Pascoli, cultore bucolico e botanico e agricoltore lui stesso, così come nel Pascoli psicologicamente traumatizzato l’occorrenza di mela/pomo sia a ben vedere piuttosto scarsa nella vasta sua produzione poetica tanto in veste appunto “botanica” quanto in quella simbolica o letteraria dell’eros o del male; assente completamente nelle Myricae, fa la sua comparsa nei Canti di Castelvecchio all’interno di una breve sequenza di fiori e frutti che richiamano gli usati odori del nido pascoliano (gigli, giaggioli, catalogno) ; i pomi sono particolarmente quelli lazzeruoli, una varietà autoctona bolognese, certamente nota al poeta.




Gabriele D'Annunzio

(Pescara 1863 – Gardone Riviera 1938)

Il pomo
Pendono i frutti, maturati a ’l roseo
calor de ’l sole, e tremano:
intatti ancora, poi che ad Ebe l’intima
dolcezza lor consacrano.
Vermigli sono e de ’l lor peso
aggravano
i rami e de ’l lor numero;
e tale effluvio spargono aulentissimo
onde mi ride l’anima
tutta e ne ’l capo assai giocondi
nasconmi
pensieri e vaghe imagini
di amore sì che in vero tutta ridemi,
come ne ’l vino, l’anima.

Sopraggiunge ne li orti Ebe, con
subita
gioia; e ridendo gridami:
— O tu, o tu che siedi sotto l’albero
de ’l pomo, un frutto coglimi! —
— Non io te ’l coglierò, ma te
medesima
leverò, fino a giugnere
il ramo, su le mie braccia, o
dolcissima
Ebe. — Ed ella: — Or tu lévami

su le tue braccia. — Ed io la levo, a
giugnere
il buon frutto che penzola
ed alletta, sì come ne la favola
antica del re Tantalo.
Ergesi il corpo d’Ebe, quale
un’anfora,
da la mia stretta; e l’avide
mani ella tende a ’l ramo, in attitudine
bellissima; ed ai cúbiti
nudati le sorridono due rosei
cavi, due nidi rosei,
ove, meglio che a ’l frutto, io vorrei
mordere,
me’ che a l’inarrivabile
frutto. — Ancora! — ella grida —
Ancora! Un ultimo
sforzo, ed ha vinto Tantalo!
— Ond’io più l’alzo; e più ne ’l desiderio
ardo, sentendo il palpito

de le sue membra. Grida ella: —
Vittoria! —
E, d’un salto, si libera
da le mie braccia e fugge,
abbandonandomi.
— Vittoria! — li orti echeggiano.
Poi ella torna, perocchè ne l’animo
sia pïetosa. Offrendomi la
cara bocca, ancora tutta rorida
de ’l succo, d’onde l’alito
esce fragrante come su da ’l calice
d’un fiore, dice: — Baciami!
— Ed a lungo io la bacio; e tutti fremono,
parmi, d’invidia li alberi.
La poesia, apparsa la prima volta nel 1886 nella raccolta di Isaotta Guttadauro è un idillio in metro epodico.
Ebe, la dea della giovinezza presta in questo caso il proprio nome e i propri attributi divini alla giovane compagna del poeta.
D’Annunzio richiama, distribuendolo fra prima e seconda strofa, il mito di Tantalo che, avendo resi pubblici i misteri di Zeus (o, secondo alcune fonti avendo rapito l’ambrosia) fu portato nell’oltretomba con sete e fame inestinguibili.




Gian Piero Lucini

(Milano 1867 - Plesio 1914)

Antitesi e perversità
Antitesi, Tomo secondo delle Ironie E delle Esperienze del Melibeo, Libro quinto, Scherzi ingenui e classici

Di «Un Pomo»

«Per mutua nixi»
Epigraphe Partenicae mediolanensis
Academiae.

Luccica d’oro il Pomo nelle foglie,
d’oro tra il verde; un dì l’Esperia subdola
nel giardino serrava i preziosi
frutti del Mito archetipo.

Desiderio? Malia! Oh, l’oro splendido
tra le lucide ramore e che incita;
oh, la dolcezza dell’umor dorato,
sangue alla polpa sapida!
Morbido e feminile desiderio:
«Bello,» Joessa dice: «alta è la rama;
io sono piccolina a quest’audacia
di raggiungere il Pomo».

Luccica tentazione, all’anelare
della brezza marina in lo smeraldo;
dondola capzioso, molle e pendulo,
come ondeggia la frasca.

Desiderio? Malia! Oh, il fresco corpo
turgido e seminudo dell’amica;
oh, dolcezza, sorbir da queste membra
l’alacre vita in fiore!

«Bella,» risponde Aulete; «io ti sopporto
a raggiungere l’oro imperiale;
le mie mani t’erigon, bionda e ardita alla
conquista mobile!»
Fremito delle mani e guizzar serico
delle gambe squisite e captivate
sotto la stretta; oh, vittoriosa bocca
aperta rossa al riso.

Fragile nudità, elevazione,
feminile entusiasmo; va la treccia
come il vento carezza, va e sciogliesi:
oh, tentazione al bacio!

«Il Pomo, il Pomo; io l’ho ghermito e sta
dentro alla mano mia.» Grida Joessa.
«Il bacio!» Il bacio si assicura e dà
sopra la molle coscia,

una rosa novella all’alabastro.
Aulete regge l’impaziente e bacia,
poi che, al doppio trionfo, malizioso,
Eros sorride incredulo.

Il manoscritto – annota Glauco Viazzi nella sua edizione - ha per titolo Il Pomo (2 fogli 11x15,5 recto e verso) e non porta l’epigrafe; così venne stampato la prima volta nella Gazzetta Letteraria del 26 maggio 1900 mentre la veste odierna è tratta da un manoscritto successivo, autorizzato dall’autore. Questa serie di quartine, «è il singolare remake di una poesia di D’Annunzio» (Viazzi) e va ascritto al generale antidannunzianesimo del Lucini che si esercitò in prove di ribellione letteraria alla tradizione e alla retorica.
Joessa è anche il nome della protagonista del dialogo L’incontro dove però trattasi di giovane cortigiana ateniese. Aulete è il flautista; Esperia, o Espere, la serale, una delle Esperidi o figlie della Notte.
Il pomo può qui considerarsi, se non esattamente un sostituto metaforico, un’esplicita allusione erotica al sesso maschile ed è naturalmente dissacrante rispetto alla compassata retorica classicista di D’Annunzio, innestandosi in una verisone irriverente e parodistica, con voluta e del resto dichiarata ambiguità, nel topos fin vieto del frutto proibito contro di contro alla tradizione più pomposa di cui D’Annunzio non è che, a sua volta, il più recente epigono.pèro – Paralipomeni




Guido Gozzano

(Torino 1883 - ivi 1916)

La via del rifugio
Parabola
Il bimbo guarda fra le dieci dita
la bella mela che vi tiene stretta;
e indugia - tanto è lucida e perfetta -
a dar coi denti quella gran ferita.

Ma dato il morso primo ecco s'affretta:
e quel che morde par cosa scipita
per l'occhio intento al morso che l'aspetta...
E già la mela è per metà finita.

Il bimbo morde ancora - e ad ogni morso
sempre è lo sguardo che precede il dente -
fin che s'arresta al torso che già tocca.

«Non sentii quasi il gusto e giungo al torso!»
Pensa il bambino... Le pupille intente
ogni piacere tolsero alla bocca.
Il sonetto venne pubblicato una prima volta in rivista nel 1915 con il titolo Il bimbo e la mela; una seconda, sempre nel ’15, col titolo Il fanciullo e la mela, quindi, prima della definitiva ed attuale versione, ancora, nel 1911 con il titolo Il frutto della vita.
In questo sonetto, rispettoso naturalmente della forma metrica della tradizione più consueta, Gozzano interpreta quasi, con gli occhi di un bambino, una eco del topos classico della brevitas della vita e della fugacità del piacere; naturalmente lo fa, come farebbe Marino Moretti, suo antico sodale nel crepuscolarismo, con il lapis: tenuemente, semplicemente, in modo, ma non senza l’artificio stilistico, da apparire ingenuo.
La mela, peraltro in questa sede presente per la prima volta in quanto lessema che sostituisce il più arcaico pomo, conserva in Govoni il suo antico significato di vita, di piacere ma è quindi declinato all’interno di una visione innocente, impressionistica, appunto crepuscolare.




Umberto Saba


(Trieste, 1883 – Gorizia, 1957 )
Sesta fuga
Canto a 3 voci
Io non so più caldo amore
dell'amor di questa terra,
quando tutta al cor la serra
nell'abbraccio il suo fedele.

Come pomo sa di miele
e d'acerbo al mio palato;
se un amaro v'è mischiato
è perché mai ma ne sazi

Se i tormenti, se gli strazi
che tu esalti, mi prepara,
quale ho mai cosa più cara
della sola che possiedo?

Ma mi guardo intorno, e vedo
altro ancor che strazio e lutto
sulla terra, dove al frutto
morde ognun del caldo amore.




Eugenio Montale


(Genova 1896 – Milano 1981)
Ossi di seppia
In limine
Godi se il vento ch'entra nel pomario
vi rimena l'ondata della vita:
qui dove affonda un morto
viluppo di memorie,
orto non era, ma reliquario.

Il frullo che tu senti non è un volo,
ma il commuoversi dell'eterno grembo;
vedi che si trasforma questo lembo
di terra solitario in un crogiuolo.

Un rovello è di qua dall'erto muro.
Se procedi t'imbatti
tu forse nel fantasma che ti salva:
si compongono qui le storie, gli atti
scancellati pel giuoco del futuro.

Cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!
Va, per te l'ho pregato, - ora la sete
mi sarà lieve, meno acre la ruggine..




Italo Calvino


(Santiago de Las vegas, Cuba 1923 – Siena 1985)
La ragazza mela
C’era una volta un Re e una Regina, disperati perché non avevano figlioli.
E la Regina diceva: «Perché non posso fare figli, così come il melo fa le mele?» Ora successe che alla Regina, invece di nascerle un figlio, le nacque una mela. Era una mela così bella e colorata come non se n’erano mai viste.
E il Re la mise in un vassoio d’oro sul terrazzo. In faccia a questo Re ce ne stava un altro, e quest’altro Re, un giorno che stava affacciato alla finestra, vide sul terrazzo del Re di fronte una bella ragazza bianca e rossa come una mela che si lavava e pettinava al sole. Lui rimase a guardare a bocca aperta, perché mai aveva visto una ragazza così bella. Ma la ragazza appena s’accorse d’esser guardata, corse al vassoio, entrò nella mela e sparì.
Il Re ne era rimasto innamorato. Pensa e ripensa, va a bussare al palazzo di fronte, e chiede della Regina: - Maestà, - le dice, - avrei da chiederle un favore. - Volentieri, Maestà; tra vicini se si può essere utili - dice la Regina. - Vorrei quella bella mela che avete sul terrazzo. - Ma che dite, Maestà? Ma non lo sapete che io sono la madre di quella mela, e che ho sospirato tanto perché mi nas Ma la ragazza appena s’accorse d’esser guardata, corse al vassoio, entrò nella mela e sparì.
Il Re ne era rimasto innamorato. Pensa e ripensa, va a bussare al palazzo di fronte, e chiede della Regina: - Maestà, - le dice, - avrei da chiederle un favore. - Volentieri, Maestà; tra vicini se si può essere utili - dice la Regina. - Vorrei quella bella mela che avete sul terrazzo. - Ma che dite, Maestà? Ma non lo sapete che io sono la madre di quella mela, e che ho sospirato tanto perché mi nascesse? Ma il Re tanto disse tanto insistette, che non gli si poté dir di no per mantenere l’amicizia tra vicini.
Così lui si portò la mela in camera sua. Le preparava tutto per lavarsi e pettinarsi, e la ragazza ogni mattino usciva, e si lavava e pettinava e lui la stava a guardare. Altro non faceva, la ragazza non mangiava, non parlava. Solo si lavava e pettinava e poi tornava nella mela. Quel Re abitava con una matrigna, la quale, a vederlo sempre chiuso in camera, cominciò a insospettirsi: - Pagherei a sapere perché mio figlio se ne sta sempre nascosto! Venne l’ordine di guerra e il Re dovette partire.
Gli piangeva il cuore, di lasciare la sua mela. Chiamò il suo servitore più fedele e gli disse: - Ti lascio la chiave di camera mia. Bada che non entri nessuno.
Prepara tutti i giorni l’acqua e il pettine alla ragazza della mela, e fa’ che non le manchi niente. Guarda che poi lei mi racconta tutto -. (Non era vero, la ragazza non diceva una parola, ma lui al servitore disse così). - Sta’ attento che se le fosse torto un capello durante la mia assenza, ne va della tua testa. - Non dubiti, Maestà, farò del mio meglio. Appena il Re fu partito, la Regina matrigna si diede da fare per entrare nella sua stanza. Fece mettere dell’oppio nel vino del servitore e quando s’addormentò gli rubò la chiave. Apre, e fruga tutta la stanza, e più frugava meno trovava. C’era solo quella bella mela in una fruttiera d’oro. – Non può essere altro che questa mela la sua fissazione! Si sa che le Regine alla cintola portano sempre uno stiletto. Prese lo stiletto, e si mise a trafiggere la mela. Da ogni trafìttura usciva un rivolo di sangue. La Regina matrigna si mise paura, scappò, e rimise la chiave in tasca al servitore addormentato.
Quando il servitore si svegliò, non si raccapezzava di cosa gli era successo. Corse nella camera del Re e la trovò allagata di sangue. - Povero me! Cosa devo fare? - e scappò. Andò da sua zia, che era una Fata e aveva tutte le polverine magiche. La zia gli diede una polverina magica che andava bene per le mele incantate e un’altra che andava bene per le ragazze stregate e le mescolò insieme. Il servitore tornò dalla mela e le posò un po’ di polverina su tutte le trafitture. La mela si spaccò e ne uscì fuori la ragazza tutta bendata e incerottata. Tornò il Re e la ragazza per la prima volta parlò e disse: - Senti, la tua matrigna mi ha preso a stilettate, ma il tuo servitore mi ha curata. Ho diciotto anni e sono uscita dall’incantesimo. Se mi vuoi sarò tua sposa. E il Re: - Perbacco, se ti voglio! Fu fatta la festa con gran gioia dei due palazzi vicini. Mancava solo la matrigna che scappò e nessuno ne seppe più niente.

E li se ne stiedero e se ne godierono
E a me nulla mi diedero
No mi diedero un centesimino
E lo mosi in un buchino.

Come è noto, i volumi einaudiani, nate dell’esigenza di dare al pubblico italiano una raccolta di fiabe autoctone, contengono testi raccolti da Calvino ( o da alcuni suoi illustri predecessori come Giuseppe Pitré) attraverso la tradizione orale in tutta la penisola e da lui tradotte dai dialetti in lingua.
E’ lo stesso Calvino a fornire inoltre, nelle puntuali note in calce al volume, una breve spiegazione alla novellina della Ragazza mela, proveniente dalla tradizione di Firenze: « [...] raccontata da Raffaella Dreini.
Raffaella Dreini è la migliore novellatrice da cui raccolse nel 1876 Giovanni Siciliano, collaboratore del Pitré.
Il segreto del racconto sta [...] nell’accostamento metafora: l’immagine di freschezza della mela e della ragazza. (D’una suggestione surrealistica, quella mela pugnalata che perde sangue). [...] Ha il suo più famoso modello letterario, come pure la Rosmarina siciliana, nella Mortella del Basile (I, 2).»




Luigi Meneghello


(Malo 1922 – Thiene 2007)

«Pómo pèro – dime ‘l vèro
dime la santa – verità:
Quala zéla? – Questa qua.
Nota che a Malo il pomo è un frutto non un albero, e altrettanto vale per il pero; gli alberi che li fanno sono il pomaro e il peraro, Nota inoltre che in questo testo (come nel titolo del presente libro) non abbiamo due frutti ma uno solo, un ambiguo “pomo pero” con due nature. In paese si è sempre preso per sottointeso che si tratta di compresenza metafisica, non incrocio o d'innesto; (...) »




Andrea Zanzotto


(Pieve di Soligo 1921- Conegliano Veneto 2011)
La beltà
Alla stagione

III
Già fu beato,là fu beato,
grande beatitudine in circospezione
o in latra espansione
più accorta e difficile in vasi e valli perlifere
in silenzio esclusivo perlifero.
Interpretare questa parsimonia
questo sonno. Riferirsi alla grama
deiezione , ad un pomo ad un fico a uno spino.
Dire, molte cose, di stagione, usando l’infinito:
tante dolcezze.
ma durano al becco felice all’ala pulita
all’occhio all’ingegno dell’augello?
Difendere quella cruna quel grimaldello quel mulinello.
Bene fosti e bene sei: ma il proposito
vano e il vano amore dove compenso e come?
Dal tessuto foglioso delle tue chiome
dalle calde simbiosi dagli aiuti dai cibi.
Esser beato – contro me – mi prescrivi
anche se è malfamato ciò che dice beato,
se la fa-favola in disparte s’imbalba,
se, fuori stagione,mattamente la storia
clio clio pavoncella fa su e disfa
l’opus maxime oratorium.
Ma cavalchi, bel cavaliere errante:
aromi sodi, chimismi riposti
lungi dal fallire, raggi, preminenze, nascenza.
----------------------------
Perché siete immortali
perché sono immortale perché
francamente immortale tu sei
E l’uso dell’infinito.

La lunga strofa è la terza ed ultima, numerata come le due precedenti, chiudendo la poesia Alla stagione, concepita come una sorta di favola in cui il tema principale è appunto quello delle stagioni, del tempo. “Dal momento che la beatitudine stagionale deve prendere atto della grama / deiezione (termine tecnico heideggeriano: Verfallenheit [...]) e del divenire fuori stagione della favola-storia e della sua musa frivola e degenerata, la parte III instaura un atteggiamento riflessivo e distaccato” (Dal Bianco) senza rinunciare ad un richiamo montaliano alla possibilità di soluzione, allo spiraglio di salvezza.
Il pomo, come il fico e lo spino, sono qui chiamati in quanto emblematici della tradizione cristiana come rappresentanti del peccato e del castigo.




Alda Merini


(Milano, 1931 – ivi 2009)
La terra santa
Tu eri la verità
Tu eri la verità, il mio confine,
la mia debole rete,
ma mi sono schiantata
contro l'albero del bene e del male,
ho mangiato anch'io la mela
della tua onnipresenza
e ne sono riuscita
vuota di ogni sapienza,
perché tu eri la mia dottrina,
e il calice della tua vita
sfiorava tutte le rose.
Ora ti sei confusa
con gli oscuri argomenti della lira
ma invano soffochi la tua voce
nelle radici - spirali degli alberi,
invano getti gemiti
da sotto la terra,
perché io verrò a cercarti
scaverò il tuo fermento,
madre, cercherò negli spiriti
quello più chiaro e più fermo,
colui che aveva i tuoi occhi
e la tua limpida voce
e il tuo dolce coraggio
fatto soltanto di stelle.

La poesia “Tu eri la verità” appartiene alla raccolta “La terra santa” ed è stata composta dopo il 1979.
Il componimento si può dividere in due parti, nella prima viene rievocato il legame che vi era tra l’ autrice e la madre ancora in vita, mentre nella seconda la poetessa cerca di recuperare la figura materna, ma ciò è impossibile poiché è morta.
Il ruolo della madre era fondamentale per la scrittrice in quanto l’ aiutava a controllare e a limitare i disturbi psicologici di cui soffriva fin da bambina, ma nonostante ciò la sfidò, allontanandosi da lei, cosi come fecero Adamo ed Eva, che, mangiando la mela dell’ albero del bene e del male, tradirono la fiducia di Dio.
Diversamente da come si aspettava Alda Merini, lo scontro con la madre le provocò una situazione di completa perdizione,oltre a peggiorare la sua condizione psicologica. La vediamo così nella seconda parte del componimento alla ricerca di un recupero affettivo realizzabile solamente attraverso la poesia e alla ricerca dei tratti materni che più amava in mezzo alle ombre, gli spiriti, che cercava ogni giorno.




Approfondimento

Presentato a Palazzo Italia - Expo 2015